Solennità della Santissima Trinità: Parola e Immagine

Pubblicato giorno 7 giugno 2020 - Educazione e spiritualità, In home page

salorino

La parola per descrivere, per quanto possibile, il mistero della SS. Trinità è data da questa frase tratta da un’omelia del santo papa Giovanni Paolo II:

Si è detto, in forma bella e profonda, che il nostro Dio, nel suo mistero più intimo, non è solitudine, bensì una famiglia, dato che ha in sé paternità, filiazione e l’essenza della famiglia che è l’amore. Questo amore, nella famiglia divina, è lo Spirito Santo” (cf. S. Messa, Puebla de Los Angeles – Messico, 28 gennaio 1979).

Papa Francesco riprendendo lo stesso concetto afferma:

Ma il mistero della Trinità ci parla anche di noi, del nostro rapporto con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Infatti, mediante il Battesimo, lo Spirito Santo ci ha inseriti nel cuore e nella vita stessa di Dio, che è comunione di amore. Dio è una “famiglia” di tre Persone che si amano così tanto da formare una sola cosa. Questa “famiglia divina” non è chiusa in sé stessa, ma è aperta, si comunica nella creazione e nella storia ed è entrata nel mondo degli uomini per chiamare tutti a farne parte. L’orizzonte trinitario di comunione ci avvolge tutti e ci stimola a vivere nell’amore e nella condivisione fraterna, certi che là dove c’è amore, c’è Dio. Il nostro essere creati ad immagine e somiglianza di Dio-comunione ci chiama a comprendere noi stessi come esseri-in-relazione e a vivere i rapporti interpersonali nella solidarietà e nell’amore vicendevole.” (Angelus, Solennità della Santissima Trinità, domenica 22 maggio 2016).

Dunque: Dio è una famiglia e noi siamo suoi; e la santa Chiesa cattolica e apostolica, Sposa di Cristo, a cui apparteniamo mediante la fede e il battesimo non è altro che l’universale famiglia di Dio.

L’immagine che rappresenta figurativamente la Santissima Trinità è un affresco che si trova a Salorino (Mendrisio), tratteggiato all’esterno della casa di proprietà della Confraternita del Santissimo Sacramento, in via S. Rocco. Non è dato di conoscere l’autore di questo dipinto votivo. L’immediata ed efficace semplicità della sua esecuzione, che risente dei modi del gotico internazionale, ancora ben radicati nella cultura artistica dei territori periferici del ducato milanese, induce a datare l’affresco fra gli ultimi decenni del XV e i primi anni del XVI secolo, e porre l’anonimo artista a metà strada fra il linguaggio calligrafico dei Seregnesi e il cromatismo acceso, unito ad un certo gusto per la decorazione esuberante, di Antonio da Tradate e della sua bottega.

La tipologia iconografica del dipinto è quella della Sedes Gratiae (Trono di Grazia): la modalità più diffusa di rappresentare il mistero della Santissima Trinità nell’arte occidentale fra XII e XVI secolo. Nell’affresco tutto corrisponde allo schema essenziale relativo a questa particolare iconografia, che vede le tre Persone divine allineate verticalmente. L’Eterno Padre rappresentato frontalmente, seduto su di un trono, poggia le mani sulla Croce, tenendola salda, su cui è appeso il Figlio; la bianca colomba dello Spirito Santo aleggia fra le due figure.

sedes gr

La fonte ispiratrice di questo tipo d’immagine è biblica. Nella Lettera agli Ebrei incentrata sul tema del Sacerdozio di Cristo si legge: “Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno” (Eb 4,16). Nel medesimo testo si stabilisce un confronto fra il sacerdozio dell’Antica Alleanza ed il sacerdozio nuovo di Cristo, mediatore di una Nuova Alleanza, che con il proprio sangue “entrò una volta per sempre nel santuario…, ottenendo così una redenzione eterna” (Eb 9,12); e liberando l’uomo dalle “opere di morte”, come nuovo ed eterno sacerdote “mosso dallo Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio” (Eb 9,14).

In un altro passo della Scrittura, la Lettera ai Romani (Rm 3, 25), Cristo è presentato come “strumento di espiazione” (propiziatorio) della Redenzione. Sia l’autore della Lettera agli Ebrei che san Paolo, a cui si deve la Lettera ai Romani, fanno riferimento all’Antico Testamento. In esso il trono di grazia era l’Arca dell’Alleanza, su cui era posto il propiziatorio (coperchio) con due cherubini d’oro, su cui si posava la nube, simbolo visibile della presenza divina.

La tradizione neotestamentaria ha visto realizzate in Gesù queste “figure” dell’Antica Alleanza; Cristo è il nuovo, vero ed eterno Sommo Sacerdote, è la nuova Arca dell’Alleanza, il vero Propiziatorio, che col suo sangue ha redento definitivamente l’umanità, riaprendo la via del cielo, dove Egli siede accanto al Padre sullo stesso trono. L’azione salvifica di Cristo (passione, morte in croce e risurrezione), punto di unione fra l’uomo e Dio – fra l’eternità e la storia – continua, per volere dello stesso Signore Gesù e mediante l’opera dello Spirito, nell’azione liturgica della Chiesa, la cui massima espressione è la celebrazione eucaristica: memoriale della Pasqua di Cristo, “l’attualizzazione e l’offerta sacramentale del suo unico sacrificio nella Liturgia della Chiesa , che è il suo Corpo” (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, 1362).

don Claudio

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