OMELIA 7 aprile 2022

Pubblicato giorno 20 aprile 2022 - In home page

Maria accoglie nel suo grembo Gesù deposto dalla Croce.

Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatea, chiamato Giuseppe; anche lui era diventato discepolo di Gesù. Questi si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò. Lì, sedute di fronte alla tomba, c’erano Maria di Màgdala e l’altra Maria.(dal vangelo di Matteo, 27,57-61)

Sì, Giuseppe di Arimatea, mi sei davvero simpatico e ti invidio.

Gesù ti aveva proprio preso il cuore. Di solito chi è ricco va in giro vestito bene e si tiene al largo da luoghi terribili come quelli in cui si crocifiggono i delinquenti.

Solo uno affascinato da un amore straordinario poteva fare quello che hai fatto tu.

In mezzo al disastro in cui era finito il tuo Maestro, tu non hai smesso un attimo di amarlo.

Ti sei sentito trafitto fino in fondo; come tutti i suoi amici, eri confuso, smarrito.

Che coraggio hai ritrovato dentro di te per andare dal governatore romano a chiedere il corpo di Gesù!  Pilato era di quelli che quando sposano il potere vendono anche l’anima.

Sei andato deciso da lui. Sapevi che la legge non te lo impediva e forse, lui amareggiato, aveva bisogno di liberarsi del corpo di un uomo che gli aveva creato dentro un subbuglio. Quel corpo di innocente appeso alla Croce non lasciava in pace nemmeno Ponzio Pilato.

Già. Il Corpo di Gesù, il Corpo del Nazareno…

A te interessava, come fosse tuo parente. È vero: era nata una parentela stretta con Gesù. Ne eri rimasto affascinato, eri stato preso da un grande amore…non tanto quello che tu sentivi per lui, ma l’amore che penetrava le tue ossa quando ti guardava, che arrivava al cuore quando ti parlava.

Giovanni ti aveva detto della cena fatta con il Maestro la sera prima.

Tu non c’eri stato. E ti era rimasta dentro quella strana parola riferita dal discepolo che Gesù amava: “questo è il mio corpo” aveva detto Gesù consegnando del pane a ciascuno.

In quel momento tu, Giuseppe d’Arimatea, avevi davanti agli occhi quel Corpo di Gesù lì sulla Croce. Non un Corpo vinto, massacrato, ma un Corpo donato e il sangue sparso, offerto per tutti, come quel pane che aveva donato ai suoi amici.

Avevi guardato Gesù morto sulla Croce e avevi capito che si era donato, che aveva dato tutto il suo Sangue.

Con il lasciapassare ottenuto ti sei messo all’opera. Sei salito in alto anche sull’albero insanguinato della Croce, hai incominciato a liberarlo, quel Corpo divino. Ti sembrava di fargli del male, cercavi di mettere tutta la tenerezza con cui l’avrebbe toccato sua Madre che da sotto ti guardava. E tu ogni tanto ti fermavi a guardare lei, ad abbracciare il suo dolore che era anche tuo. Le lacrime ti scendevano abbondanti e andavano a mescolarsi al suo sangue. Una comunione di dolore!

Quel Corpo impolverato, sporco di sangue e di sputi, a te non faceva ribrezzo, non sembrava neanche sporcarti (tu sempre così raffinato ed elegante). Anzi, avevi la certezza che ti stesse profumando di un aroma mai sentito, un profumo di amore divino che ti inebriava di pienezza e non ti faceva percepire ben altro.

Te lo sei caricato sulle spalle, il tuo buon Gesù, per scendere dalla scala.

Quel Corpo del Figlio di Dio ti trasmetteva la certezza di essere in quell’istante il portatore di tutto l’amore di Dio per il mondo.

Un peso leggerissimo su di te, un istante di amore eterno ed infinito, ferito e tutto donato.

Davanti alla Madre era diventato pesantissimo. Sentivi che non era tuo, che dovevi metterlo in mani sante, immacolate: Lui, il senza peccato che si era preso addosso tutti i peccati del mondo!

Avevi paura che il peso fosse troppo per Maria. Era lì, affranta, sfinita, ma sempre Madre pronta ad accogliere il Figlio, il dono del Padre.

Nel silenzio non aveva più lacrime.

Ti appariva distrutta, eppure con una forza che veniva da un altro mondo, da un legame eterno. Da quell’inizio della sua maternità nella casa di Nazaret.

E tu gli dicesti parole che non venivano da te: un Angelo te le suggeriva.

Maria, Madre di Cristo e Madre nostra,

accogli questo Figlio frutto del tuo grembo.

Un giorno dicesti di sì, il suo Corpo in te si formò.

Prendilo nella tua maternità ferita dalle sue ferite,

ora è ancor più Figlio tuo.

Custodiscilo nel tuo amore di Madre di Dio,

offrilo alla terra e al Cielo.

Tu che sai amarlo senz’ombra di colpa,

amalo per noi.

La Madre lo accolse con l’abbraccio che solo la Madre sa donare.

E in quell’abbraccio avvolse e fece suo tutto il dolore del Figlio di Dio, di un Dio fattosi uomo per condividere il dolore nostro.

Ancora, come un tempo, la Madre come in preghiera sussurrò:

Com’è possibile?

Sei solo Amore, sei tutto Amore, tutto donato.

Ecco la serva del Signore… sia fatta la tua volontà.

La sua obbedienza diventò ancor più fortemente maternità: la Madre del dolore di Dio e degli uomini.

Non più parole ma solo abbraccio.

Anzi, tu stesso, Giuseppe d’Arimatea, facesti un passo indietro, come l’altro Giuseppe aveva fatto dopo l’Annunciazione.

Con sacro timore lasciasti quel Corpo sul suo grembo.

Ti scostasti un poco, non solo per rispetto di tanta sacralità, ma per contemplare quella pietà che nella carne di Madre era la pietà di Dio donata agli uomini. Sì, la pietà di Dio per quel Figlio e per tutti i figli che in Lui sono rigenerati.

In ginocchio, lacrimando, dicesti il tuo e nostro grazie a Lei per tanto dono e tanta misericordia.

Avresti voluto fermarti a lungo… quasi inebriato dalla pietà divina.

Poi stendesti davanti alla Madre il lenzuolo della sepoltura, quello che tu stesso, come uomo prudente, avevi procurato al pensiero della tua morte.

In quel gesto generoso volevi mettere la tua morte nella morte di Cristo. Memoria preziosa per la nostra storia di cristiani.

E accompagnasti Maria a deporre in quel verginale candore il Corpo di Dio.

Prendesti il Corpo di Gesù, avvolto dall’affezione tua e nostra, che invece di pesarti pareva sollevarti; entrasti nella tua tomba, nuova, vergine essa stessa: era il tuo dono per dire il tuo sì definitivo al suo amore.

E lo sguardo tuo e nostro si posò sulla Madre e vedesti in lei la Madre della pietà, come colei che intercede pietà per ogni uomo.

Le tue parole divennero preghiera, tua e nostra:

Maria, Madre del Signore e Madre nostra,

mi affido a te, Madre del dolore di Cristo e dell’uomo.

A te consegno tutta la sofferenza mia e del mondo.

Tu che portasti in te il Salvatore,

tu che lo riaccogliesti nel tuo grembo di dolore,

tieni nel tuo grembo il mio dolore,

perché anch’io riceva il dono della pietà tua e del Padre.

Donami la misericordia di Dio,

perché ci sia pace nel mio cuore e nel mondo.

Rendimi capace di abbracciare il Cristo crocifisso, Lui, il ferito che guarisce,

perché, perdonato, appaiano sul mio volto i segni della sua misericordia.

Poi il silenzio del Mistero della pietà divina, Giuseppe d’Arimatea, scese su di te e il tuo sguardo rimase fisso al volto della Madre, alla Madre della pietà, come una carezza che tutti desideriamo darle.

Posasti i tuoi occhi su quel volto che diceva dolore e non smarrimento, raccontava un cuore ferito e non disperato… e su di lei vedesti le somiglianze del Figlio: sul suo volto c’era tutto il dolore del Figlio di Dio. Il segno di una nuova maternità.

L’abbracciasti come figlio e sentisti in te quella pietà che toglieva ogni distanza da Dio.

Nella pietà donata a te dalla Madre ti sentisti figlio perdonato, amato, rinato. Tornasti a casa, da tua moglie, dai tuoi figli, li guardasti con il cuore che gemeva e lacrimava…

Ed essi si accorsero che la pietà di Dio ti aveva raggiunto, ti aveva fatto suo e sul tuo volto c’erano i segni di una speranza inspiegabile, divina.

Signore Gesù Cristo, abbi pietà di noi.

Vergine Madre del Signore, abbi pietà di noi.

 

don Paolo Torti

parroco di Settimo Milanese